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| Pulse - Pulse | 3.99 € |
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| 1 | Chafanga's Time | 0.60 € |
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| 2 | Kind of man | 0.00 € |
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| 3 | Dangeridoo | 0.60 € |
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| 4 | The Uncles | 0.60 € |
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| 5 | K | 0.60 € |
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| 6 | Sal'AAM Aleicum | 0.60 € |
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| 7 | Light | 0.60 € |
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| 8 | Aracnos | 0.60 € |
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| 9 | Il Genio della Lampada | 0.60 € |
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| Pulse racchiude le esperienze e le influenze musicali di Marco Galardi nel corso dei suoi 15 anni di attività come batterista (collaborazioni con Jazz Zero Grup, Govinda, Indo European Music Ensamble, Arup Kanti Dhas, Bruno Briscik, Carlo Gatteschi…) Pulse amalgama il funk all’elettronica, il trip-hop al jazz, il downbeat all’etnica con un comune denominatore ritmico: la batteria. Ed è proprio l’uso costante e sapinte della batteria come centro nevralgico della composizione - contaminato dalla ricerca e dalla manipolazione sonora - a fare di questo proetto un crossover unico per ambientazione e andamento ritmico. Il concept è un immaginario parallelo tra ascolto, visione ed inclinazioni cinematiche: da Miles Davis a Kubrick, passando per Billy Cobham, Massive Attack, Letfield e David Lynch. |
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E' un lavoro intensamente creativo l'esordio di Pulse su Pippola music, nuova indie label nata da un'idea dell'ex Pankow Paolo Favati. Deus ex machina ne è Marco Galardi, che riversa nel progetto quindici anni di esperienza come batterista e collaborazioni eccellenti con Jazz Zero Grup, Govinda, Indo European Music Ensamble, Arup Kanti Dhas tra gli altri. Pulse vanta svariate sorgenti di ispirazione , insolite contaminazioni, polluzioni sperimentali che ne rendono difficile la catalogazione. Pare comunque di cogliere tra le diverse sfumature una certa attitudine oscuro/ossessiva di matrice elettronica, scuola Antler, ma anche robuste digressioni jazzy di un Miles Davis visto attraverso lenti Tuxedomoon. La struttura portante delle composizioni è imbastita intorno solidi pattern percussivi, che assicurano compattezza armonica, funzionali a veicolare un'identità di suono fortemente massimalista. La batteria pesta, incespica, realizza stop and go funkeggianti, sempre in primo piano nel dettare le linee guida del pezzo. Si va dal blues cibernetico di "Uncles", che si fregia di una intro ambient-techno-transglobale alla Banco de Gaia, alla psichedelia di "Aracnos", reminiscenza floydiana incastonata in una pulsante struttura dub. Ma la musica è così densamente criptica da non consentire l'azzardo di una caratterizzazione iconico-visiva; si regge sull'aggregazione di elementi apparentemente distanti, su architetture cyberpunk e latrati chitarristici, accenni trip-hop che sferragliano in improvvisi martellamenti ritmici. Si ha l'impressione che Pulse faccia affidamento all'estro dei singoli musicisti più che su un preciso manifesto programmatico/concettuale, il che non inficia comunque la riuscita complessiva del disco, come dimostra l'altresì ottima "Light", funk-style anno 3020 e l'ambientale vertigine davisiana di "Sal'AAM aleicum", a trovare un ideale punto d'incontro tra materialità e trascendenza. Straniante "Il genio della lampada" nel suo aggrovigliarsi in un minaccioso crescendo dronico appena stemperato dal suono della sarangi, bagliore orientaleggiante tra costruzioni post-industriali. Eppure tra le gelide geometrie angolari di Pulse sembra a volte di percepire una sorta di saudade pre-moderna, un debole lamento che è desiderio di un'innocenza originaria più che spinta verso una futuribile (ancorché già compiuta) estetica digitale. (Antonio Ciarletta - Onda Rock) |
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